Riflessioni di Patrizia Sommella sulla mostra "Segrete"

“Ricordare per non commettere più errori” è la frase ricorrente di quanti, come il senatore
Raimondo Ricci, testimone della brutalità nazi-fascista, vogliono sottolineare l’importanza
della memoria in questo tempo di negazione, o peggio, di rimozione dalla coscienza
collettiva di tutto quanto abbia a che fare con la verità storica , tanto più se è verità di
dolore.
Sabato 17 aprile 2010, all’inaugurazione della mostra di arte contemporanea allestita
presso la Casa dello Studente di Corso Gastaldi , Ricci pronuncia accorate e talvolta
veementi parole nell’urgenza di dire, di raccontare, di condividere faticosamente, e
ancora con passione, il suo calvario e quello di tanti, troppi giovani e compagni spazzati
via dalla follia della guerra.
E l’emozione, in parte scontata quando si ha a che fare con i ricordi delle atrocità
commesse durante la seconda guerra mondiale, aumenta, si fa insopportabile in chi
occhieggia alle spalle di Ricci l’entrata dei sotterranei scelti come spazio espositivo
Prendere un luogo come quello, in cui avvennero torture e violenze, ed esibirlo,
impudicamente, così com’è, senza veli né lifting artificiosi e abbellenti, è già di per sé
un’opera d’arte e se poi lo si riempie di idee ecco che si realizza una autentica sfida, e la si
raccoglie volentieri percorrendo quelle gallerie opprimenti, calpestando e frantumando con
esitazione e rispetto le faccine in terracotta di Ruben Esposito, un work in progress
discreto e straziante; oppure distogliendo a fatica lo sguardo dal secchio nero, che
pietosamente raccoglie gocce che cadono dal soffitto di una cella, il cancello addossato al
fondo della nicchia, come se ancora oggi quei muri grondassero il sangue di chi vi è stato
picchiato, privato della sua dignità, della sua anima. Ma questa installazione di Maurizio
Nazzaretto suggerisce anche il tramutarsi di quel rosso nella forza della rivolta, nel colore
di tante bandiere sventolate con fierezza nei giorni della Liberazione.
Gli artisti di “Segrete - Tracce di memoria” hanno rievocato milioni di vite e miliardi di
parole, scritte su pagine di quaderni di scuola, come quelli esibiti nel disarmante
traslucido di Davide Ragazzi, o passate nelle mente dei prigionieri dei campi che Il Codice
della memoria di Virginia Monteverde – curatrice della mostra – rievoca in modo
convincente, avvitando su un manichino nero gli orridi tatuaggi dei lager , che da allora
marchiano di infamia un’intera nazione colpevole di troppi silenzi, di troppi assensi.
Queste opere, abilmente incastonate sotto le volte a botte o nelle nicchie, interagiscono
perfettamente con lo spazio che le ospita quasi si fossero formate lì, lentamente, anno
dopo anno, come i manichini violati di Davide Dall’Osso, inquietanti ectoplasmi,
suggestive larve d’uomini che sembrano avanzare verso la luce mentre la voce rabbiosa
e chioccia di Hitler si aggroviglia nelle matasse di nastri di lastre radiografiche intrecciate
da Margherita Levo Rosenberg, forse un voluto riferimento a quelli di celluloide che ne
hanno registrato l’odio, quello stesso odio insensato che, nella poetica interpretazione “in
bianco” di Adriana Desana, ha strappato le pagine di un libro, ha rotto gli occhiali di chi
forse lo aveva appena sfogliato, interrompendone, come una bufera, azioni quotidiane e
legittime e, insieme con lui o lei, trascinato al dolore ed alla morte migliaia di altri uomini e
di donne, colpevoli solo di esistere in quel tempo sbagliato.
Patrizia Sommella
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Last Updated ( Saturday, 22 May 2010 10:26 )


