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Ricordare per non commettere più errori” è la frase ricorrente di quanti, come il senatore 

Raimondo Ricci, testimone della brutalità nazi-fascista, vogliono sottolineare l’importanza 

della memoria  in questo tempo di negazione, o peggio,  di rimozione dalla coscienza 

collettiva di tutto quanto abbia a che fare con la verità storica , tanto più se è verità di 

dolore. 

Sabato 17 aprile 2010, all’inaugurazione della mostra di arte contemporanea allestita 

presso la Casa dello Studente di Corso Gastaldi , Ricci pronuncia  accorate e talvolta 

veementi  parole nell’urgenza di dire, di raccontare,  di condividere faticosamente, e 

ancora con passione, il suo calvario e quello di tanti, troppi giovani e compagni spazzati 

via dalla follia della guerra. 

E l’emozione, in parte scontata quando si ha a che fare con i ricordi delle atrocità 

commesse durante la seconda guerra mondiale,  aumenta, si fa insopportabile in chi 

occhieggia alle spalle di Ricci l’entrata dei sotterranei scelti come spazio espositivo   

Prendere  un luogo come quello, in cui avvennero torture e violenze, ed esibirlo,  

impudicamente, così com’è, senza veli né lifting artificiosi e abbellenti, è già di per sé 

un’opera d’arte e se poi lo si riempie di idee ecco che si realizza una autentica sfida, e la si  

raccoglie volentieri percorrendo quelle gallerie opprimenti, calpestando e frantumando con 

esitazione e rispetto le faccine in terracotta di Ruben Esposito, un work in progress 

discreto e straziante; oppure distogliendo a fatica lo sguardo dal secchio nero, che  

pietosamente raccoglie gocce che cadono dal soffitto di una cella, il cancello addossato al 

fondo della nicchia,  come se ancora oggi quei muri grondassero il sangue di chi vi è stato 

picchiato, privato della sua dignità, della sua anima. Ma questa installazione di  Maurizio 

Nazzaretto suggerisce anche il tramutarsi di quel rosso nella forza della rivolta, nel colore 

di tante bandiere sventolate con fierezza  nei giorni della  Liberazione. 

Gli artisti di “Segrete -  Tracce di memoria”  hanno rievocato milioni di vite e miliardi di 

parole, scritte su pagine di quaderni di scuola,  come quelli esibiti nel disarmante 

traslucido di Davide Ragazzi,  o passate nelle mente dei prigionieri dei campi che Il Codice 

della memoria di Virginia Monteverde – curatrice della mostra – rievoca in modo 

convincente, avvitando su un manichino nero gli orridi tatuaggi dei lager , che da allora 

marchiano di infamia un’intera nazione colpevole  di troppi silenzi, di troppi assensi. 

Queste opere,  abilmente  incastonate sotto le volte a botte o nelle nicchie,  interagiscono   

perfettamente con lo spazio che le ospita quasi si fossero formate lì, lentamente, anno 

dopo anno, come i manichini violati di Davide Dall’Osso, inquietanti ectoplasmi,  

suggestive larve d’uomini che sembrano avanzare verso la luce  mentre la voce rabbiosa 

e chioccia di Hitler si aggroviglia nelle matasse di  nastri di lastre radiografiche intrecciate 

da Margherita Levo Rosenberg, forse un voluto riferimento a quelli di celluloide che ne 

hanno registrato l’odio, quello stesso odio insensato che, nella poetica interpretazione “in 

bianco” di Adriana Desana,  ha strappato le pagine di un libro, ha rotto gli occhiali di chi 

forse lo aveva appena sfogliato, interrompendone, come una bufera, azioni  quotidiane e 

legittime e, insieme con lui o lei,  trascinato al dolore ed alla morte migliaia di altri uomini e 

di donne, colpevoli solo di esistere in quel tempo sbagliato. 

 

 

Patrizia Sommella 

 

Last Updated ( Saturday, 22 May 2010 10:26 )