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Presso il Museo del Mare di Genova la sala della galea è una larga galleria voltata a botte, dalle pareti  spoglie, senza intonaco.

La galea l’occupa interamente, silenziosa testimonianza di antico dolore, di fatica, di schiavitù.

Per un brevissimo periodo, dal 14 al 25  luglio, quello spazio si riempie di presenze e di colori, di umori e di vita grazie alla proiezione delle opere digitali di Virginia Monteverde, una mostra sui generis il cui titolo Come in cielo così in terra è denso di allusioni,  di rimandi, di echi ben noti a chi vive nella città di De André.

Soggetto della mostra sono immagini rubate al mondo cittadino, ritratti di persone  e di strade di una Genova spesso ignorata, volutamente rimossa, perché getta in faccia, come uno specchio impietoso, quella realtà che fa pensare e non piace.

Un clochard accoccolato sul selciato di via Venti Settembre, brulicante di gente indaffarata, distratta, una cosa tra le cose, incastonato come una reliquia sporca sotto l’insegna scintillante di una gioielleria, tra i portici che si liquefanno, si trasformano.

 Una vecchia mendicante mezzo addormentata, abbandonata sugli scalini, alle sue spalle gli zampilli festosi di una fontana di piazza.

Venditori ambulanti stritolati dalle alte pareti delle case dei caruggi che improvvisamente  si animano, si contorcono in cromie impossibili, cornici surreali e precari scenari di realtà già di per sé instabili.

Pugni nello stomaco che Virginia Monteverde ammorbidisce con il tripudio dei colori, mescolandovi sapientemente il sorriso di donne esuberanti, assurdamente felici della propria fisicità, avvolte ed esaltate da case che intorno a loro si sciolgono, saturano lo spazio, lo inglobano e, sublimandolo, lo annullano.

La cifra stilistica della Monteverde è  ormai collaudata in anni di studio e pratica:  attraverso una manipolazione grafica realizzata al computer le immagini catturate dalla macchina fotografica sono liberate, affrancate e rese arte fresca, nuova,

L’artificio orchestrato su uno schermo, il pastiche realizzato pazientemente con un mouse scompare e lascia posto al guazzo virtuale, ai giochi plastici cui tanta “bella Pittura”ci ha abituato .

Il fare manuale, lo sporcarsi le mani con pigmenti e acrilici non è più da decenni garanzia di arte visiva e Virginia Monteverde lo sa: utilizzando al meglio la sfida tecnologica aggiunge al valore intrinseco delle sue scelte una dignità estetica che nulla ha da invidiare ai Maestri del colore.

L’emozione personale si dilata in sentimento universale di pietas ed i personaggi delle sue opere  si caricano di una forte valenza sociale,  politica e civile, ribaltando al pubblico il proprio dolore, il forte disagio di esistenze  faticose, di non- vite che pure preservano intatta, preziosa alleata in una lotta quotidiana,  la capacità del sorriso.

 

 

Patrizia Sommella

Last Updated ( Saturday, 14 August 2010 17:00 )